To be or not to be Charlie, tre anni dopo

Nel febbraio 2015, ho deciso, con la complicità di molti amici caricaturisti, di rendere omaggio ai fumettisti di Charlie e alle persone uccise durante questa deprecabile operazione terroristica a Parigi, il 7 gennaio 2015. A seguito di questa pubblicazione, Guillaume Doizy, il caporedattore e creatore del bellissimo sito web www.caricaturesetcaricature.com  mi ha intervistato:
http://www.caricaturesetcaricature.com/2015/02/la-satire-est-un-element-fondamental-de-la-democratie-meme-si-elle-peut-etre-un-outil-des-dictatures-donc-du-debat-citoyen-entretien

Per onorare la memoria di tutte le persone uccise a causa della loro libertà di espressione, del loro attaccamento alla democrazia e al secolarismo che è un imperativo categorico per la sopravvivenza della democrazia, propongo da una parte un estratto di questa intervista al quale, tre anni dopo, non cambierei una linea, e dall’altra la galleria di vignette pubblicate all’epoca.

INTERVISTA:

Guillaume Doizy – Gli attacchi di gennaio 2015 a Parigi, le sparatorie a Copenaghen più di recente: la minaccia alla libertà di espressione è ora sintetizzata solo dagli attacchi terroristici perpetrati da islamisti radicali?

Thierry Vissol – No, certo che no, tutt’altro. Le minacce alla libertà di espressione non sono né nuove né le ultime, sono permanenti e possono crescere. I crimini perpetrati a Parigi o a Copenaghen ci hanno toccato più particolarmente, perché si sono verificati nelle nostre capitali e hanno sacrificato delle icone. Ma la lista di vignettisti e giornalisti assassinati per la loro libertà di espressione, per loro lavoro investigativo, ecc. purtroppo, è molto lunga, non solo nei paesi in cui i regimi dittatoriali di tutti i tipi sono prevalenti, ma anche nei nostri paesi democratici. Ciò che può cambiare, in peggio, dopo i recenti attacchi, è l’atmosfera generale di paura che può portare (l’abbiamo visto con il rifiuto dei principali giornali anglosassoni di pubblicare la copertina di Charlie dopo la strage di Parigi ), l’amplificazione del peso dell’autocensura nei media. Il numero di “argomenti-ma …” (piuttosto asserzioni che argomenti, infatti) continua ad aumentare: “Sono d’accordo con la libertà di stampa, ma …“, “Sono Charlie, ma ...”; “Rispettiamo la libertà di espressione, ma …” Il “ma” è la parola più pericolosa, perché contraddice fondamentalmente la tesi espressa nella premessa. La libertà di espressione non può – per definizione – supportare un “ma …”. Come ricorda Roberto Casati (italiano, professore al Normal Sup e direttore di ricerca del CNRS presso il Nicod Institute di Parigi – nel quotidiano “Il Sole24 ore”, del 15 febbraio 2015), da un lato, ci deve essere una simmetria tra la libertà di espressione dei praticanti di ogni religione e quella dei laici o atei. D’altra parte, nelle società democratiche libere la bestemmia non è illegale. Ed è appropriato separare “l’offesa” che potrebbe produrre (non quantificabile e non individuale) con il “danno” (“incitamento all’odio”, ecc.), il quale è quantificabile, danno individuale o collettivo, e tra l’altro punibile legalmente. È un’offesa per un laico o un ateo vedere i segni di una religione imposta negli spazi pubblici – spazi che dovrebbero essere neutrali per garantire l’uguaglianza dei credenti di tutte le fedi, dei laici e degli atei – è un danno collettivo la volontà di alcuni imporre i loro precetti su tutti. Non c’è motivo di accettare tale asimmetria. In altre parole, alla domanda se imporre o meno limiti alla libertà di stampa e di espressione, con il pretesto di “rispetto” (termine per cui è difficile specificare il contenuto legale) di sensibilità non categorizzate nel diritto civile o penale? La mia risposta è chiaramente: no. Perché se fosse così, dove mettere può il legislatore tracciare il confine? La posizione del cursore, in balia di chi ha il potere, una capacità di minaccia o di fare parlare le armi, sarebbe il modo migliore per sopprimere la libertà di espressione e imbavagliare i media. È necessario avere il coraggio di dirlo e continuare la lotta di modo che: da una parte, le religioni rimangano nel campo che è loro, cioè quello della spiritualità individuale che merita tanto il rispetto quanto la laicità (che peraltro, è importante specificarlo non solo non impedisce tutte le altre forme di spiritualità, ma al contrario protegge la loro espressione e pratica) o l’ateismo e, dall’altra che le religioni non interferiscano con la cosa pubblica, se non attraverso la responsabilità di ciascuno nel binomio che è la vera espressione della democrazia: la libertà di espressione e il voto.

GALLERIA


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Autore

Economista e storico, direttore del centro LIBREPRESSION, Fondazione Giuseppe di Vagno

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