Tunisia, rivolta del pane?

Copyright: Tawfiq Omrane

Ilaria Guidantoni, giornalista, scrittore e membro del Consiglio scientifico di LIBREXPRESSION, lavora e soggiorna spesso da molti anni a Tunisi, dové si trova in questi giorni, testimonia per LIBEX della situazione di rivolta iniziata fine dicembre 2017 in Tunisia.

Vignette di Tawfiq Omrane


La Tunisia in ebollizione a pochi mesi dalle elezioni municipali. Questa volta forse si tratta davvero di una rivolta del pane: manifestazioni contro il caro vita, l’inflazione che cresce, il dinaro che si deprezza, con un cambio ad oggi che supera i 2,9 euro.  Dopo la rivolta – non la chiamerei rivoluzione per rigore storico – del gennaio 2011, il Paese ha conquistato libertà di espressione, di stampa pur con qualche zona oscura, forse dovuta soprattutto all’immaturità comprensibile della stampa locale e ad una voglia improvvisa e incontenibile di provocazione, una nuova Costituzione realmente democratica e una serie di leggi che assicurano, almeno sulla carta, parità di condizioni alla donna.

Un recupero degli anni post Indipendenza, dell’eredità di Bourguiba, il grande padre (padrone) della Patria, con alcune specifiche nella legislazione che la stessa Italia può guardare come ad un modello. Ha perso però sul terreno del lavoro, non tanto e non solo sotto il profilo strettamente economico e finanziario. È su questo terreno, che era per altro il cavallo di battaglia del partito religioso in occasione delle prime elezioni libere del 23 ottobre 2011, che Ennahđha ha perso di credibilità. Il fallimento non è stato di ordine religioso al di là degli allarmismi e di tutta la discussione sull’articolo 1 della Costituzione. In effetti, gli stessi diritti civili si esercitano realmente solo in quella palestra che è il mondo del lavoro che sottintende uno dei tre “asset” degli slogan rivoluzionari: la dignità, ovvero pari accessibilità a tutti al mercato del lavoro, indipendentemente dall’essere uomo o donna e dalle convinzioni politiche. In tal senso il lavoro diventa l’orizzonte dell’esercizio quotidiano della democrazia, soprattutto per i giovani ai quali regala una dimensione di progettualità e una prospettiva di futuro.

Oggi mi pare che il Paese sia più preoccupato dell’immagine internazionale che del proprio popolo: la linea dura con l’introduzione di nuove imposte e dunque il rialzo dei prezzi è dovuto almeno in parte alla promessa di riforme economiche offerta come garanzia in cambio del prestito al Fondo monetario europeo. Corretto certamente, ma le riforme dovrebbero essere realizzate per il popolo e non contro il popolo, per il paese reale, non per la sua immagine pubblica. Da mesi serpeggiava un malessere crescente con una forbice sempre più divaricata tra borghesia e intellettuali da una parte, “Popolo” dall’altra, con una separazione più forte e sconcertante che in Europa. Al sud non tutti subiscono la crisi perché il sistema dei privilegi è forte. Nasce così il movimento “Cosa aspettiamo?” che ha infiammato alcune periferie della capitale, anche se le manifestazioni si sono concentrate sull’avenue Bourguiba, l’arteria principale di Tunisi, simbolo della sua storia e il sud, l’interno, i centri rurali più in difficoltà, come succede sempre, dalla rivolta di Gafsa, bacino minerario del 2008 ai primi focolai del 2010 a Sidi Bouzid. Il paese è ancora una volta spaccato, e quello che è triste e coinvolge emotivamente e a livello di responsabilità è che in certi quartieri della banlieue nord della capitale, al di là di una diminuzione di vita e vitalità serale, e dell’assenza della polizia, concentrata nei quartieri “caldi”, tutto scorre come se niente fosse.

Dal punto di vista della comunicazione è interessante rilevare che sul fronte italiano Rai News 24 ha dato un’informazione ampia anche se molto enfatica, mentre su Internet e anche su facebook, poco o nulla è apparso. Gli stessi amici di Tunisi, sempre molto attivi, non hanno commentato gli avvenimenti. Viene da chiedersi perché. Quello che noto, ma sono solo impressioni, che arrivano con l’eco dei media, è la rabbia che serpeggia, molti dicono legati a piccola delinquenza che si approfitta dei disordini.

Il tentativo di bruciare una moschea a Djerba che senso può avere in questo momento con questo tipo di governo (il decimo in 7 anni)? Che utilità può portare? Ci sono più assalti, atti di vandalismo, soprattutto notturni, “contro” in generale, che manifestazioni e iniziative. Questo fa pensare ad una strumentalizzazione politica, sindacale, alla voglia di distruggere piuttosto che di costruire, di cambiare il corso delle cose. In questo senso il paese sembra implodere e in fondo arrendersi. C’è stato un blocco delle importazioni che sta portando alla chiusura, forse comprensibile. Ma che dire delle esportazioni? È il momento di puntare su quest’attività. L’Europa, in crisi a sua volta si getterebbe a Manbassa sui generi tunisini a prezzi concorrenziali. Faccio un esempio molto banale ma per rendere l’idea: una melograna in Italia costa almeno due euro a frutto, in Tunisia venti centesimi. Sul mercato italiano a un euro sarebbe vantaggioso per entrambi i paesi. So che è un discorso semplicistico ma rende l’idea di “un impasse” dal quale non si prova neppure ad uscire. La Tunisia, è vero, non è un paese produttore in senso forte del termine ma ha olio di qualità preziosissimo in questo momento sulla riva nord del Mediterraneo; datteri: è stato negli ultimi anni il primo paese esportatore del frutto in Indonesia, dove c’è la più grande comunità musulmana del mondo che ad esempio nel mese del Ramadan innalza fortemente la domanda; fosfati per l’agricoltura; artigianato, in particolare tessuti; e soprattutto il turismo in condizioni di grande appetibilità per il mercato europeo, che negli ultimi anni non ha ricevuto i giusti incentivi e investimenti.

Occasioni mancate in questi ultimi anni, al di là di tanti proclami e una rassegnazione generale che ha portato a lamentarsi piuttosto che reagire rimboccandosi le maniche. È questo che mi preoccupa: il clima rispetto al 2011 è bene diverso ed è difficile leggere il futuro anche prossimo. La scarsa chiarezza di informazione ne è un’indicazione, visto che non è stato chiaro se ci fosse o no il coprifuoco. È evidente che non è un particolare sul quale soprassedere. C’è molta paura da parte di chi governa, questo è evidente e molta rabbia che si sta diffondendo e non è detto che sia costruttiva.

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Autore

Economista e storico, direttore del centro LIBREPRESSION, Fondazione Giuseppe di Vagno

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