L’imbroglio geopolitico dell’affare Khashoggi: cinismo e silenzio assordante

© Khalid Gueddar

L’omicidio, adesso quasi certo in condizioni orrende, del giornalista Jamal Kashoggi il 2 ottobre, fa ancora le news nel mondo. Una saga, come spesso nel nostro nuovo mondo dell’informazione 24/24, che fa audience, non tanto per il fatto dell’omicidio di un giornalista (che in fondo sarebbe una banalità), ma per l’aspetto suspens, di giallo geopolitico. Quasi una bella serie TV da degustare senza farsi troppe domande. Salvo le organizzazioni internazionali come l’Unesco o le ONG specializzate come Reporter Senza Frontiere (RSF) e articoli di qualche intellettuale, ben pochi media vanno aldilà della cronaca nera. Certo, è importante sapere chi ha ordinato l’assassinio di questo giornalista e perché. Forse potrebbe aiutare a fermare queste crescente minacce alla libertà di stampa e di espressione alla lotta contro le derive dei poteri politici e mafiosi. Tuttavia, aldilà di questo aspetto di giustizia elementare, molte sono le domande su questo caso.


1 – Come mai questo crimine è stato denunciato dalla Turchia, paese ben conosciuto per la sua visione molto speciale (a dire il meno) della libertà di stampa e del rispetto dei giornalisti, dove il Presidente Erdogan ha fatto chiudere quasi tutti media dell’opposizione, arrestato più di 200 giornalisti e ne ha imprigionato più di 130, utilizza Interpol per provare di arrestare i pochi che sono riusciti a sfuggire e a rifugiarsi in altri paesi (si veda i post di Libex del 26 aprile, 5 e 16 febbraio, del 30 settembre 2017)? La Turchia è al 157° posto su 180 della classifica sulla libertà di stampa di RSF, l’Arabia Saudita al 169°.


2 – Qual è la motivazione della Turchia? Ovviamente non si tratta di una difesa della libertà di stampa o della voglia di punire un crimine, ma ben di una mossa geopolitica. Turchia e Arabia Saudita, due grandi potenze del medio oriente, entrambi musulmani sunniti, entrambi alleati degli USA (la Turchia è anche membro della Nato), lottano per la dominazione politica del mondo musulmano. La Turchia si appoggia sulla tradizione dell’Impero ottomano e sulla sua voglia di creare un Islam politico, l’Arabia Saudita sull’oro nero (detiene il 25 % delle riserve mondiali di petrolio) e sul suo statuto di guardiano dei luoghi sacri dell’Islam. Destabilizzare l’Arabia Saudita, decredibilizzare la pseudo modernità dell’erede al Trono Mohammed Bin Salman, sono parte della strategia diplomatica della Turchia per attirare investimenti e supporto americano e occidentale. La Turchia, democrazia illiberale, sta provando di ravvicinarsi dell’Occidente, mossa indispensabile per la sua economia in crisi, provando, grazie al caso Khashoggi di migliorare la sua immagine a scapito dell’Arabia Saudita, monarchia assoluta e regime illiberale.


3 – In questo contesto è legittimo chiedersi perché i media occidentali riprendono film e immagine prese dai turchi senza fare del fact e image-checking per verificarne l’autenticità (eppure ci sono alcuni siti specializzati che l’hanno fatto), senza farsi domande sul perché di quest’attivismo turco.

4 – Ancora più legittimo è chiedersi perché i media occidentali, in gande maggioranza, non mettono questo ennesimo assassinio di giornalista nel suo contesto globale: 1010 giornalisti ammazzati dal 2006 al 2017, tra cui 33,5 % nei ricchi paesi arabi produttori di gas e petrolio (26% nell’Asia e il pacifico, 22,9% in America latina e caraibi, 11, 6 % in Africa, 4% in Europa centrale e orientale e 2,5 % in Europa occidentale e in America del nord – secondo le statistiche dell’Unesco), sapendo che 9 casi su 10 non sono risolti?


5 – Perché i paesi occidentali focalizzano l’attenzione sul caso Khashoggi (orrendo che sia) e dimenticano che la libertà di stampa e di espressione è in grave pericolo e non fanno niente per lottare contro la tirannia dei nuovi ricchi o piccoli tiranni. I soldi, gli affari, il business potenziale ammazzano qualsiasi moralità, qualsiasi valori fondanti della democrazia?

6 – Perché non approfittano di questo caso per agire a favore della liberazione dei 140 giornalisti detenuti in Turchia, dei 28 giornalisti imprigionati e frustrati in Arabia Saudita (tra cui Raif Badawi condannato a 10 anni di prigione e 1000 colpi di frusta?

7 – Perché non è denunciata la tendenza nei paesi occidentali (USA in primis, ma anche in Italia, Polonia, Ungheria ecc.) di trattare i giornalisti come nemici, suscitarne la drecredibilizzazione e nutrire l’odio nel loro confronto?

 

2 novembre: Giornata internazionale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti

Negli ultimi dodici anni (2006-2017), circa 1010 giornalisti sono stati uccisi per il loro lavoro di investigazione e aver fornito informazioni al pubblico. In media, ciò costituisce una morte ogni quattro giorni. In nove casi su dieci gli assassini restano impuniti. L’impunità porta a più omicidi ed è spesso un sintomo di un peggioramento dei conflitti e della rottura dello stato di diritto e dei sistemi giudiziari. L’UNESCOè preoccupata che l’impunità danneggi intere società coprendo gravi violazioni dei diritti umani, corruzione e crimine. I governi, la società civile, i media e tutti coloro che sono interessati a sostenere lo stato di diritto sono stati invitati a unirsi agli sforzi globali per porre fine all’impunità.

È in riconoscimento delle conseguenze di vasta portata dell’impunità, in particolare dei crimini contro i giornalisti, che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione A / RES / 68/163) nella sua 68a sessione nel 2013, che ha proclamato il 2 novembre come la “Giornata internazionale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti” (IDEI). La risoluzione ha esortato gli Stati membri ad attuare misure definite contro l’attuale cultura dell’impunità. La data è stata scelta in commemorazione dell’assassinio di due giornalisti francesi in Mali il 2 novembre 2013.


Per saperne di più:

– Rapport 2016 de la Directrice générale sur la sécurité des journalistes et la question de l’impunité :
en.unesco.org/dg-report
– Conference Unesco 2 November 2018 :
https://fr.unesco.org/commemorations/endimpunity/2018/beirut
https://en.unesco.org/commemorations/endimpunity/2018/beirut

Rapport Unesco: “World trends in Freedom of expression and media developpement, Global report 2017/2018″:
https://en.unesco.org/world-media-trends-2017?language=fr

 

 

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Autore

Economista e storico, direttore del centro LIBREPRESSION, Fondazione Giuseppe di Vagno

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